Il diritto alla normalità apparente: la propaganda dell'ovvio e l'ostracismo delle pluralità identitarie

 Hanno gli stessi diritti, guidano la macchina”: la patente di civiltà del populismo e il grottesco riduzionismo dei diritti civili 

In un contesto comunicativo strutturato sulla polarizzazione e sul populismo identitario, le affermazioni di certi esponenti politici secondo cui le soggettività affettive e identitarie godrebbero già di una piena uguaglianza — poiché legittimate a "guidare la macchina" o ad "accedere alle cure ospedaliere" — si configurano come un espediente retorico di sconfortante banalità. Sostenere che l’esercizio delle funzioni biologiche o civili elementari esaurisca il perimetro dei diritti fondamentali non è solo un’argomentazione inconferente, ma un vero e proprio atto di sabotaggio concettuale, volto a occultare la persistenza di un ostracismo sociale profondo.

Il punto critico risiede nella voluta confusione tra la capacità giuridica generale e la tutela specifica contro le dinamiche di discriminazione e vittimizzazione. Equiparare la titolarità di una patente di guida al pieno riconoscimento della dignità umana è un paradosso retorico antigiuridico: la legge non può limitarsi a certificare l'assenza di un divieto formale di circolazione, ma deve farsi carico delle condizioni reali in cui le persone esperiscono la propria quotidianità e la propria sfera affettiva. 

Questa propaganda dell'ovvio serve unicamente a silenziare il dibattito sui diritti civili avanzati, offrendo una parvenza di normalità amministrativa che nasconde, sotto il tappeto del conformismo, la realtà di un abuso psicologico e sociale sistematico.

Dal punto di vista criminologico e penale, tale approccio si rivela del tutto cieco di fronte alle dinamiche dei reati d'odio e della violenza strutturale. Chi riduce la tutela dell'identità a una lista della spesa di concessioni basilari ignora deliberatamente che l'ostracismo non si manifesta necessariamente nel diniego di un servizio ospedaliero, ma nella quotidiana violenza verbale, nella marginalizzazione culturale e nella costante minaccia alla propria incolumità esistenziale

Quando la politica aggredisce impunemente questi spazi di tutela con l'unico scopo di creare divisionismo elettorale, non fa che legittimare la subcultura del pregiudizio, offrendo un avallo istituzionale a quella stessa intolleranza che poi la criminologia si trova a dover analizzare nelle aule di giustizia.

La ratio giuridica della protezione di queste specifiche realtà umane non risponde a una logica di privilegio — come strumentalmente si vorrebbe far credere — ma alla necessità di colmare un dislivello di potere sociale. Finché il discorso pubblico rimarrà ostaggio di queste provocazioni grottesche, la tutela dei diritti civili sarà considerata una concessione elargita dall'alto anziché una conquista imprescindibile dello Stato di diritto. 

Gli esponenti politici che soffiano sul fuoco della divisione non fanno che alimentare una patologia culturale che frammenta il corpo sociale, riducendo la cittadinanza a una concessione a geometria variabile.

In conclusione, pretendere che l'individuo si dichiari soddisfatto semplicemente perché le è permesso di esistere entro i binari della burocrazia ordinaria significa promuovere un'idea monca e degradata di giustizia: la vera democrazia non si misura dal livello di tolleranza concesso alle deviazioni della maggioranza, ma dalla capacità di includere l'alterità senza pretendere che si mimetizzi o che ringrazi per il minimo sindacale della sussistenza civile. 

Come ricordava lucidamente il giurista e filosofo del diritto Norberto Bobbio:

"Il livello di civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta le sue minoranze, poiché è nella tutela di chi è numericamente o socialmente più debole che si fonda l'autentica tenuta etica di una democrazia"

 

immagine Credit: Veronika Viskova

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