Cancellare il femminicidio? L’illusione negazionista e il ritorno all'analfabetismo criminologico.
In un dibattito pubblico ormai avvelenato dalla ricerca del consenso a ogni costo, le recenti affermazioni che tentano di derubricare il femminicidio a mera variante statistica dell'omicidio si palesano non solo come un errore logico, ma come una pericolosa involuzione del pensiero criminologico. Sostenere che il femminicidio non esista, o che sia equiparabile a qualsiasi altro atto violento perché "già tutelato" dall'ordinamento, significa ignorare deliberatamente la natura antropologica del fenomeno.
Il punto critico risiede nel rifiuto di riconoscere il femminicidio come l'esito finale di una patologia culturale, una metastasi di quel controllo arcaico che trova terreno fertile in un sistema di valori ancora profondamente misogino. Chi nega la specificità del femminicidio sta operando una rimozione collettiva: vuole negare che l'uccisione di una donna, in quanto donna, non sia un evento neutro, ma un atto che mira a ripristinare un ordine patriarcale minacciato dall'autodeterminazione della vittima.
Affermare che l'omicidio sia sempre uguale a se stesso è un sofisma che ignora la ratio criminologica. Il femminicidio non è un raptus, né una fatalità accidentale; è la conseguenza terminale di un iter di oggettivazione che inizia ben prima del gesto estremo. Quando si sostiene che la tutela generale sia sufficiente, si fallisce nel comprendere che la legge non deve solo punire il risultato, ma deve riconoscere la genesi del reato. La specificità della tutela non è un privilegio, ma la risposta lucida a un crimine che è, prima di tutto, un messaggio di potere rivolto a tutte le altre donne.
Ridurre la violenza di genere a un omicidio comune è un'operazione di maquillage sociale che serve a lavare la coscienza di chi non vuole affrontare la complessità di una guerra silenziosa. La giustificazione di simili posizioni — che minimizzano la matrice culturale dell'aggressione — finisce per fornire una sorta di legittimazione indiretta al carnefice, sollevandolo dal peso del pregiudizio che egli stesso incarna e agisce.
Dal punto di vista della prevenzione, questa cecità ideologica è devastante. La tutela giuridica del femminicidio è fondamentale perché interviene proprio dove la norma comune fatica ad arrivare: nel riconoscimento del possesso, della prevaricazione e della negazione del diritto di esistere in quanto soggettività autonoma. Non si tratta di creare "cittadini di serie A o B", ma di chiamare le cose con il loro nome: un omicidio mosso da odio di genere non è la stessa cosa di un omicidio scaturito da una lite condominiale o da una rapina. Il primo affonda le radici in una patologia culturale che attraversa la famiglia, la scuola e i rapporti sociali, e che non può essere estirpata se prima non viene esplicitamente nominata.
La vera sicurezza non passa attraverso la negazione delle differenze, ma attraverso la loro analisi severa. Finché la politica continuerà a oscillare tra il negazionismo e la retorica dell'emergenza, il femminicidio rimarrà il sintomo di una società che preferisce la maschera della normalità alla fatica della decostruzione.
La giustizia, in questo senso, non è un’applicazione burocratica di codici, ma una sfida culturale. Riconoscere il femminicidio come categoria autonoma non significa dividere, ma finalmente vedere: solo guardando in faccia la radice misogina di questo crimine potremo smettere di contare le vittime ogni tre giorni e iniziare, finalmente, a scardinare il movente che arma la mano dell'aggressore.
Dunque, decostruire la patologia culturale della violenza di genere, come abbiamo già ampiamente documentato nei precedenti articoli di questo blog dedicati al femminicidio, rimane l'unico strumento criminologico per trasformare l'indignazione in prevenzione reale.
consultazione e riporto immagini ufficiali tratte dall'osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi, trans*cidi non una di meno, sito qui che riporta la seguente statistica:
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