La catarsi dell’8 marzo e l'eclissi della prevenzione criminologica: basta una mimosa per lavarsi la coscienza?


In un panorama social spesso saturo di celebrazioni di facciata, la ricorrenza dell’8 marzo si palesa come un paradosso sociale e criminologico che merita un’analisi severa.

Se osserviamo il fenomeno della violenza di genere non come un evento isolato, ma come il culmine di un iter violento e di un pregiudizio radicato, appare evidente come una giornata di festa risulti non solo inopportuna, ma quasi antitetica alla reale tutela della donna.

Il punto critico risiede nella natura stessa della celebrazione, che rischia di trasformarsi in una catarsi collettiva annuale, utile solo a silenziare le coscienze prima di tornare alla quotidianità di un odio misogino che è, prima di tutto, un atteggiamento antropologico e culturale.

Festeggiare l'8 marzo mentre i dati continuano a registrare una vittima ogni tre giorni significa ignorare che il femminicidio è l’epilogo prevedibile di una serie di comportamenti — stalking, ingiurie, violenza verbale e psicologica — che la società spesso accetta tacitamente o minimizza.

In questo scenario si inserisce un fenomeno di costume che definire grottesco è un eufemismo: il rito della cena tra donne con annesso spogliarello maschile come forma di celebrazione dell'emancipazione.

È qui che il cortocircuito culturale si palesa in tutta la sua evidenza. Mentre la cronaca ci restituisce quotidianamente l'immagine di una donna oggettivata, vittima di un possesso che ne annulla l'autodeterminazione, la risposta di una parte della società è quella di replicare quegli stessi schemi di mercificazione, a parti invertite, sotto l'egida di una falsa libertà.

L’atto di festeggiare attraverso il consumo di corpi ridotti a simulacri di desiderio non è che l’altra faccia della medaglia di quel pregiudizio che combattiamo.

Non vi è riscatto sociale in una serata che serve solo a lavare le coscienze con una trasgressione programmata e commerciale.

Dal punto di vista criminologico, questa liberazione una tantum non scalfisce minimamente le strutture del potere e della violenza; al contrario, le banalizza, derubricando la lotta per la dignità a una parentesi goliardica. La riflessione che scaturisce dall'analisi dei fatti criminali suggerisce che la tutela della donna non passi attraverso mimose, slogan rituali o palcoscenici del voyeurismo, ma attraverso meccanismi ben più profondi e strutturali.

È necessario intervenire duramente sulle condotte anticipatorie, poiché il femminicidio non è quasi mai un "raptus", ma l'esito di un'escalation di eventi che dovrebbero attivare tutele concrete prima che il rancore si trasformi in overkilling.

La vera protezione si attua scardinando i modelli nei nuclei primari di apprendimento, come la famiglia e la scuola, decostruendo quella voglia di controllo arcaica che arma la mano dell'aggressore.

In conclusione, finché l’identità femminile verrà difesa con una ricorrenza sul calendario anziché con una costante vigilanza sulle dinamiche di abuso psicologico, l’8 marzo rimarrà una maschera pirandelliana: un vuoto simulacro che nulla aggiunge alla sicurezza reale e molto toglie alla serietà della lotta al crimine di genere.

La giustizia e il rispetto non sono concessioni annuali, ma conquiste che passano attraverso il riconoscimento lucido e quotidiano della criminalità di massa e delle sue radici culturali.

postilla: 

È doveroso precisare che l'odierna ricorrenza nasce come Giornata Internazionale della Donna: un momento di solenne riflessione volto a commemorare le conquiste sociali, politiche ed economiche, nonché a denunciare le discriminazioni e le violenze che ancora affliggono il genere femminile nel mondo. 

Il suo significato originario risiede nell'impegno civile e nella memoria storica, dimensioni che mal si conciliano con la deriva ludica e commerciale analizzata, la quale finisce per oscurare la necessità di un'analisi strutturale dei fenomeni criminali e della reale tutela dei diritti fondamentali.

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