La catarsi dell’8 marzo e l'eclissi della prevenzione criminologica: basta una mimosa per lavarsi la coscienza?
In un panorama social spesso saturo di celebrazioni di facciata, la ricorrenza dell’8 marzo si palesa come un paradosso sociale e criminologico che merita un’analisi severa. Se osserviamo il fenomeno della violenza di genere non come un evento isolato, ma come il culmine di un iter violento e di un pregiudizio radicato, appare evidente come una giornata di festa risulti non solo inopportuna, ma quasi antitetica alla reale tutela della donna. Il punto critico risiede nella natura stessa della celebrazione, che rischia di trasformarsi in una catarsi collettiva annuale, utile solo a silenziare le coscienze prima di tornare alla quotidianità di un odio misogino che è, prima di tutto, un atteggiamento antropologico e culturale. Festeggiare l'8 marzo mentre i dati continuano a registrare una vittima ogni tre giorni significa ignorare che il femminicidio è l’epilogo prevedibile di una serie di comportamenti — stalking, ingiurie, violenza verbale e psicologica — che la società spesso...